Crea sito
 

Archive for the ‘Risorgimento’ Category


MEDAGLIE

on 5 maggio 2016 in Risorgimento Commenti disabilitati su MEDAGLIE

Commemorazione dei caduti di Curtatone e Montanara

on 12 marzo 2016 in Risorgimento Commenti disabilitati su Commemorazione dei caduti di Curtatone e Montanara

PER FACILITARE LA LETTURA CLICCARE SULLE IMMAGINI PER INGRANDIRLE

La medaglia per i volontari del 1848

on 8 marzo 2016 in Risorgimento Commenti disabilitati su La medaglia per i volontari del 1848

 

1870-MEDAGLIA DEI LIBERATORI DI ROMA

on 23 febbraio 2016 in Risorgimento Commenti disabilitati su 1870-MEDAGLIA DEI LIBERATORI DI ROMA

MEDAGLIA DEI SOLDATI CHE  AVEVANO PRESO PARTE ALLA PRESA DI ROMA DEL 1870

IL MONUMENTO A TALLINUCCI

on 13 gennaio 2016 in Risorgimento Commenti disabilitati su IL MONUMENTO A TALLINUCCI

QUI SOTTO, LA COLLOCAZIONE ORIGINALE DEL MONUMENTO, OGGI, LA STATUA, SI TROVA ALL’INGRESSO DELLA PARTE VECCHIA DELL’OSPEDALE S.FRANCESCO

DISCORSO IN MEMORIA DI PIETRO TALLINUCCI

DI SALVO SALVI

NEL GIORNO DELL’INAUGURAZIONE DEL MONUMENTO

Contemplando la scelta immagine del Dott. Pietro Tallinucci, dinanzi alla morte si schiera quella pleiade di generosi cui egli appartenne  e che prima sulle cospirazioni, poi nei campi di battaglia, cooperò al risorgimento nazionale .

Il Dott. Pietro Tallinucci venne infatti alla vita in tempi difficili, quando ogni anelito di libertà , ogni sentimento di amor patrio , ogni aspirazione umanitaria , ogni ribellione al pregiudizio era imputata a delitto e veniva repressa con studio e violenza dai sistemi di governo allora purtroppo imperanti.

Ma la natura generosa, indipendente del Dott. Pietro Tallinucci si ribellò e sfidando il danno ed il pericolo fino dalla sua adolescenza, cominciò nell’affiliazione della Giovane Italia il suo costante apostolato per il trionfo delle idee democratiche e del principio di libertà.

Fu discepolo di  Mazzini e si mantenne costante e fedele  alla  parola  d’ordine  del  grande  maestro,  “ agitatevi ed agitate ”.

Due i grandi ideali, le grandi attrattive che affascinavano e si dividevano il cuore del Dott. Pietro Tallinucci , la sua patria , la sua arte.

Il cospiratore non escludeva lo studioso e dopo avere conseguito nell’ateneo Senese la laurea in chirurgia, dava tali prove di se da essere giudicato dai colleghi uno dei più valenti chirurghi operatori del suo tempo.

Abile , fortunato aveva l’intuizione ed il genio di quell’arte che egli esercitava indefessamente.

La sua perizia , la sua rinomanza avrebbero potuto schiudergli un campo più vasto e più lucroso, ma egli che nell’esercizio dell’arte sua non aveva che un obiettivo, il sollievo dei sofferenti, preferì rimanere nel suo paese nativo che tanto egli amava e da cui era ricambiato con pari affetto , questo il chirurgo.

Nel 1848 lasciò il coltello anatomico per il fucile e come volontario accorse sui campi Lombardi , se non che, volte in peggio le cose d’Italia dovette ritornare al paese nativo dove l’amore di tutti , la sua abilità lo difendevano dai sospetti che le sue non nascoste aspirazioni destavano alle autorità politiche di allora.

Il Dott. Tallinucci sapeva che le lotte sui campi cruenti non bastavano a far grande quel paese , ad assicurare in esso il regno della libertà ove non siano seguite dall’opera incessante di lotta civile , per destare il popolo a sentimenti di dignità e d’indipendenza, ed egli anche in questo campo fu lavoratore instancabile.

A lui sui deve la fondazione in Barga della Società dei Reduci, a lui in gran parte quella della  Fratellanza Artigiana e dell’Ospedale di S. Francesco, a lui si deve l’incremento e lo svolgersi di queste associazioni nelle quali soleva far propaganda di principi democratici con parola viva, convinta, vibrata che bene spero faceva fremere i suoi uditori.

Dall’opera civile egli passava con continua vicenda al campo dell’azione, e di nuovo noi lo vediamo prendere la spada sotto gli ordini del Garibaldi nella campagna del 1866 e quindi accingesi quella di Mentana, cui non  poté giungere prima che i  chasupot   Francesi avessero fatto le loro meraviglie, questo il patriota.

Barga oggi glorificando questo suo figlio ben amato, glorifica in lui tutti i figli d’Italia che al par di lui lottarono e soffrirono per la preziosa conquista  della libertà e dell’indipendenza e tornando il pensiero alla nostra epopea nazionale evoca reverente la memoria del gran Re Vittorio Emanuele e del Generale Garibaldi, fari luminosi che ci condussero a quella preziosa conquista e che colle loro iniziative incarnarono il pensiero Italiano conducendoci a mezzo di nobili ardimenti, di sagaci aspettative, in un quarto di secolo, alla conquista di quella unità che era stata il sogno delle precedenti generazioni.

A nome delle popolazione ringrazio quindi il comitato, che è giunto a capo del compito suo in modo così lodevole e soddisfacente ed accettando per conto della cittadinanza la consegna di questo monumento già sacro all’affetto di ogni Barghigiano, io faccio voto perché trasmettendo alle future generazioni insieme all’effige del Dott. Pietro Tallinucci  la memoria delle sue virtù, esso sia altare di amore fraterno fra i Barghigiani, sia ara di patriottismo, sia segnacolo per ricordare ai giovani che ci succedono come la patria si onori col lavoro e come si serva col braccio nei giorni della prova .

Evviva il Dott. Pietro Tallinucci

MONETE DEI GOVERNI RIVOLUZIONARI

on 6 gennaio 2016 in Risorgimento Commenti disabilitati su MONETE DEI GOVERNI RIVOLUZIONARI

10 PAOLI 1798 (PRIMA REPUBBLICA ROMANA)

LIRA VENEZIA 1848

DISCORSO DI SALVO SALVI

on 20 settembre 2015 in Risorgimento Commenti disabilitati su DISCORSO DI SALVO SALVI

Nell’anno 1890, era ancora viva nell’opinione pubblica la questione della presa di Roma del 1870 che aveva decretato la fine del potere temporale della Chiesa, vi erano continue polemiche in cui si fronteggiavano le flangie Clericali e Anticlericali.

Il discorso che Salvo Salvi fece in occasione della festa che faceva memoria di tale avvenimento ( XX Settembre ), è la sintesi del pensiero che pervase la mente delle persone che aderirono al moto  risorgimentale: il potere temporale del Papa è l’ultima fortezza medievale e la presa di Roma la abbatte definitivamente, creando una nazione unita e libera.

roma2

LA MEDAGLIA DEI SOLDATI CHE AVEVANO PRESO PARTE ALLA PRESA DI ROMA

DISCORSO DEL XX SETTEMBRE

 

1890

Questa solennità che il popolo d’Italia, insieme all’Augusto  suo Capo celebra esultante, ricordando il compimento dell’unità nazionale, riassume e compendia le memorie tutte del nostro risorgimento.

Il sangue versato sui campi di battaglia e sparso sui patiboli, Garibaldi colla sua epopea, Mazzini col suo apostolato, Cavour col suo senno, Vittorio Emanuele colla sua lealtà, insomma tutto il complesso di dolori, di abnegazione, di grandezze che hanno preparato il riscatto nazionale, hanno la loro sintesi in questa data.

XX Settembre, ha tal giorno per il cumulo di tanti ricordi, la nota del sentimento patriottico vibra spontanea e la nazione, al di sopra dei suoi bisogni e dei suoi sacrifici, vede elevarsi forte e serena l’immagine della patria unita, che con Roma capitale ha avuto il suo coronamento.

Questa festa può dunque ben dirsi la festa d’Italia, la gran festa nazionale, ed è opera patriottica quella del comitato alla cui lodevole iniziativa si deve questa commemorazione, come è sempre opera utile e di civile educazione il ricordare alle generazioni che sorgono, i sacrifici esecrati in pro della patria, le ansie che precedettero la costituzione del Regno, e di qual mole fu l’opera del riscatto nazionale.

Fra gli avvenimenti del moto unitario italiano, il più fortemente e lungamente agognato, il più grande e al tempo stesso il più arduo fu quello della rivendicazione di Roma.

La campagna dell’indipendenza Italiana, cominciata da Carlo Alberto che dette la libertà ai suoi stati, continuata eroicamente da Vittorio Emanuele colla virtù del popolo tutto insorto contro gli stranieri e contro le oppressioni nostrane e da Garibaldi che, esempio ammirabile di patriottismo, di abnegazione, non abbassò mai la sua bandiera “ Italia e Vittorio Emanuele”, aveva già riunite le sparse membra d’Italia in un’unica famiglia.

Solo rimaneva Roma, come un isola nel continente italiano, come una fortezza, sulla quale si chiudevano e si organizzavano, tutti gli avanzi delle idee medioevali disposta a resistere alla corrente nuova.

Ma di mano in mano che il popolo Italiano, malgrado tutto e tutti, vincendo ostacoli che da prima erano parsi insormontabili, andava ricomponendosi e spezzando a una a una le catene che lo avevano tenuto per tanto tempo avvinto, acquistava sempre più distinta la coscienza del suo diritto, la fiducia nel suo destini, e sempre più intenso ed acuto si faceva in lui il desiderio di rivendicare la sua storica capitale.

Roma che fu il teatro ove si sono svolte le più grandi fasi della civiltà, ove l’umanità ha lasciato splendide tracce della sua storia e del suo genio, delle sue lotte, delle sue aspirazioni, Roma che compendia ed illustra la passata grandezza d’Italia, ha sempre esercitato un fascino, un’attrazione magica, sopra ogni uomo superiore, sopra ogni popolo grande.

Era dunque ben naturale e legittimo l’entusiasmo del popolo Italiano rigenerato per avere Roma, la madre della civiltà Italiana, come capitale del Regno rinnovellato.

Se questo desiderio era ardente e fermo, era anche unanime.

Tutti i partiti del nuovo regno costituito ne formavano la base essenziale del loro programma politico, e se non tutti convenivano nei modi per conseguirlo, tutti erano però concordi nel proposito di portare nel Campidoglio la bandiera nazionale uscita trionfante dei campi di Palestro e di Solferino e di Marsala, del Vorturno,  di Castelfidardo.

Re Vittorio Emanuele irremovibile nella fede giurata, costante nell’opera cui aveva consacrato la sua vita ne affermava ad ogni occasione il diritto e il proposito come quando il suo governo propose ed egli sanzionò la legge votata dal parlamento che proclamo a Capitale d’Italia Roma sebbene tuttora papale.

Gli uomini che sedevano al governo, preoccupati delle conseguenza che al giovane regno sarebbero potute derivare da piani troppo arditi, andavano tentando le occasioni preparando il terreno colla convenzione del settembre 1864  ottennero l’allontanamento dei francesi, trasportando la capitale a Firenze come una tappa sulla marcia d’Italia verso Roma.

Garibaldi, il capitano del popolo, nel quale era così profondo ed intenso l’intuito del diritto e dell’avvenire d’Italia, intollerante di ogni indugio, sprezzante di ogni ostacolo, non vedendo che Roma avanti a se, teneva viva la più focosa e costante agitazione al grido di “ Roma o morte”.

Fu aspra lotta che più volte mise a dura e terribile prova la compagine non ancor cementata della giovane Italia.

Ma quando più infuriava la procella, quando più le passioni parevano prossime a scatenarsi e a venire a cozzo fra loro, quel sentimento di concordia che fu la forza del nostro moto unitario tornava tosto a prevalere, e ristabilita d’un tratto la calma, dissipate le nubi, la stella d’Italia tornava a brillare più fulgida e serena di prima.

Sanguina ancora il cuore al ricordo dei dolorosi episodi che accompagnarono quella lotta, come quando ad Aspromonte  il piombo italiano dové fermare lo slancio dell’eroe popolare, come quando a Mentana cadde appresso ma non vinto dalle soverchianti armi francesi, tornate in fretta a Roma, il fiore dei patrioti italiani.

Ma quel sangue versato, quell’eroico sacrificio, fu alta sfida, sanguinosa protesta, disperata affermazione di un diritto che non poteva essere più a lungo compresso.

Ma chi contrastava all’Italia la sua storica capitale, chi impediva ai Romani colle mani macchiate dal sangue di Monti e Tognetti, il diritto di essere italiani.

Una sovranità cui mancava ogni diritto, ogni ragione di essere, e che altro non era che l’avanzo di una grande teocrazia, la quale aveva ormai fatto il suo tempo.

Il fondatore della religione cristiana, rianimando il sentimento religioso, volle preposta alla religione universale da esso istituita un’autorità spirituale, universale anch’essa ma ben distinta e separata dall’autorità temporale.

In progresso di tempo avvenuto la divisione, poi lo sfasciamento dell’impero e con esso disorganizzati e disciolti i governi laici, unica autorità che parve rimanesse in piedi fu l’autorità spirituale della Chiesa.

La quale violando la natura sua è indotta da qualche speciali circostanze storiche ha dimenticare le parole del suo fondatore, subentrò nel porto che la disorganizzazione dei governi laici aveva lasciato vuoto ed acquistò una sovranità eminente in tutti gli stati e un dominio temporale.

Ma poco a poco gli stati andavano ricostituendosi sul principio della razionalità e riorganizzatisi i poteri laici, cessò la causa che aveva dato in mano alla Chiesa il potere temporale e così cessò anche la legittimità di quel fatto e prevalse il principio di diritto naturale, base della costituzione degli stati attuali, cioè che la sovranità del territorio appartiene al popolo che in esso abita, il che nel caso val quanto dire che Roma era come non può legittimamente essere di altri che del popolo italiano.

Del dominio universale che la Chiesa aveva raggiunto nell’epoca sua, pur gloriosa, sotto il pontificato del Papa Ildebrando, e che nel medioevo si era andato sviluppando ed allargando, demolito e scosso a poco a poco dal crescere della nuova civiltà, più non rimanevano che la memorie dell’antica potenza non sopravvivevano che le  forme ed una stato microscopico dominato ora da questa ora da quella potenza, con governo , con istituzioni vuote ed irrigidite, retto da leggi dure ed inumane ed impotente a fare il bene dei sudditi e a mantenere Roma all’altezza del suo nome, delle sue memorie.

Mentre con il possesso di Roma non aggiungeva ormai più né vigore né prestigio all’autorità spirituale del Papa, si faceva sempre più evidente il diritto dei Romani a  dispor di se stessi e a riunirsi al resto d’Italia.

Ma la monarchia Francese, per i fini di quella politica personale che le scavò la tomba, non volendo troppo urtare i sentimenti dei conservatori e dei legittimisti, e dall’altro volendo  dare una garanzia a quelli che prevedevano con occhio geloso il possibile emanciparsi della giovane Italia, si opponeva minacciosa e proclamava che giammai l’Italia sarebbe andata a Roma.

Caduto Napoleone e fatto prigioniero a Sedan, il governo italiano, secondando i voti del parlamento e del popolo, vide giunto il momento di sciogliere la questione romana.

Tentò da prima le vie pacifiche per ottenere da Pio IX pacifico adempimento del voto degl’Italiani, ma avendo il Papa risposto negativamente Vittorio Emanuele, sfidando impavido gli eventi, ordinò l’occupazione di Roma e il genio d’Italia passò trionfante per la Porta Pia e compì il suo voto annoso integrando la sua nazionalità sulle rovine del potere temporale.

Questo fatto fra le rivoluzioni compiute nel secolo XIX è il più importante e il più grande.

Esso non si restringe all’Italia, ma segna   l’inizio di un nuovo periodo nel corso dell’umanità.

Con esso, colla una legislazione improntata alla formula “libera Chiesa in libero stato”, l’Italia abbattuto il dispotismo di ogni culto, proclama e garantisce la libertà alla Chiesa, afferma la supremazia del potere civile basata sulla sovranità popolare,  e con trasformazione degna di poema e di storia, alla guerra feroce contro la libertà di coscienza sostituisce il dominio indiscutibile della libertà di coscienza, sotto l’egida della quale ripara ed agisce chi prima la combatteva aspramente, alla scienza autentica e bollata del sacro indice, sostituisce la scienza sovrana della ragione e dell’intelligenza, al sillabo che tutto fulmina il libero insegnamento che è palestra di tutte la classi e di tutte le opinioni, alla religione che massacra e tormenta, la religione che conforta e che tempra col raggio della fede le naturali e spontanee incertezze dell’anima.

Le nostre leggi affermano solo la supremazia del potere civile e la indipendenza dello stato, chi le  reputa vessatorie sui ministri del culto è abbagliato da grave errore e falsa la base della religione sostituendo il principio teocratico al principio puramente religioso.

Sono venti anni che questa grande trasformazione è  avvenuta, l’Italia ferma nel sostenere le ragioni dello stato ma scrupolosa nell’osservanza delle leggi e delle garanzie che ne derivano, circondata dal rispetto del mondo intero, innanzi al quale ha saputo mostrarsi degna della missione di nazione civile, può a buon diritto rilevare frustanea e inane la guerra alla sua esistenza che l’acquisto di Roma le suscitò.

Solo in conseguenza delle illusioni prodotte dal suo isolamento e dall’ambiente artificiale in cui vive il Papato aspira alla restaurazione di un passato che non può tornare ed invoca persino gli stranieri in suo aiuto, ma nessuno gli risponde meno la solitaria voce di qualche suo adepto.

Purtroppo in passato tali appelli allo straniero, che sono antico e malaugurato costume del Papato furono all’Italia causa prima della catene che ha testé spezzate, delle sventure dalle quali è risorta, ma oggi non ha più catena che avvincer possa  trenta milioni di uomini liberi e gli stranieri non vengono più in Italia come oppressori, ma come ospiti ed amici, per attestare la loro amicizia e la loro simpatia verso la nazione ed il nostro Re.

E ciò non tanto per rispetto alle nostre forze, ma perché compari anch’essi di quelle medesime idee che hanno trovato tra noi fervente apostolato e coraggiosa applicazione.

Tutto è cambiato, meno il Vaticano, che resta immobile in mezzo al vorticoso movimento dei tempi nuovi e la fumosa prigionia del Pontefice non è che il simbolo del suo isolamento.

L’antica Roma prima conquistatrice di popoli , poi conquistatrice di anime, non è più città universale, non è più una grande sagrestia, una grande galleria vivacchiante dell’obolo dei viaggiatori che in essa convenivano ad ammirare le vestigie  del suo passato.

Roma è città italiana e agli italiani incombe il gran compito di sovrapporre alla Roma pagana del Colosseo, alla Roma cattolica delle basiliche, nulla distruggendo ma riedificando, una terza Roma rispondente al suo gran nome antico e medioevale, alla sua nuova missione politica e sociale.

Il ventesimo anniversario che oggi si celebra, trova gli italiani sempre più fermi e concordi in quest’obbiettivo , perché fra noi i partiti scompaiono di fronte al clericalismo, che mirando come suo ultimo fine alla decapitazione della patria è nemico irriconciliabile dell’unità e della libertà.

Questi preziosi acquisti si devono all’abnegazione, all’invitta costanza e soprattutto alla concordia che Vittorio Emanuele, Garibaldi e gli altri campioni del risorgimento nazionale seppero serbare tra loro anteponendo ad ogni loro ideale, ad ogni loro ambizione il bene della patria.

Non basta avere una patria bisogna anche rendersene degni servendola con amore, con disinteresse, con abnegazione, ed ai giovani colla memoria degli entusiasmi che fecero palpitare la precedente generazione incombe di conservare la tradizione di quella sublime e fortunata concordia.

Ma i vecchi patrioti possono stare sicuri che l’opera loro rimarrà intangibile perché la nuova generazione sente e vuole anch’essa che l’Italia sia grande, forte, rispettata e sicura del suo avvenire e se venisse di nuovo per la patria nostra il bisogno di difenderla, il popolo memore dell’eroismo del grande Re Vittorio Emanuele e di Garibaldi, saprebbe fare il suo dovere e col potente fascino di quei nomi gloriosi e colla guida sicura di Casa Savoia, l’Italia saprebbe in ogni evento essere degna delle sue tradizioni.

Alla nostra Dinastia che ci dette principi pari ad ogni esigenza dei tempi e della vita nazionale, atti meglio ancora nel seguirla, a dirigerla verso l’adempimento di sempre nuovi destini, di sempre nuovi desideri, al Re prode e leale, vigile custode dell’unità e della libertà, oggi s’innalzano d’ogni parte d’Italia i più ferventi auguri, i più affettuosi saluti.

Uniamoci anche noi al grido di viva l’Italia, viva il Re.

 

LA STELLA DEI REDUCI DI PISA

on 27 maggio 2015 in Risorgimento Commenti disabilitati su LA STELLA DEI REDUCI DI PISA

Questa  medaglia  appartiene alla Società pisana dei reduci delle patrie battaglie.

La Società  venne fondata  nel 1868, con la denominazione di ” Reduci Patrie Battaglie Pisa ” , successivamente, nel 1876, assunse il nome di ” Veterani 1848-49 Pisa “.

Questa stella, divenne il simbolo caratteristico di coloro che avevano combattuto a Curtatone e Montanara.

Pietro Raffaelli

on 21 gennaio 2015 in Risorgimento Commenti disabilitati su Pietro Raffaelli

PIETRO RAFFAELLI (TRASSILICO 1817-FIRENZE 1866)

PATRIOTA E POETA

ESTRATTO DA ” ALCUNE POESIE DI PIETRO RAFFAELLI”

QUESTA COPIA E’ DEDICATA AL FRATELLO FRANCESCO VEDI FRONTESPIZIO IN ALTO

POESIA DEDICATA A IACOPO PIEROTTI ANCHE LUI PATRIOTA E VOLONTARIO NEL CORPO DI SPEDIZIONE GARFAGNINO DEL 1848

 

Le poesie di Dionisio Carrara

on 5 giugno 2013 in Risorgimento Commenti disabilitati su Le poesie di Dionisio Carrara

Poesie risorgimentali di Dionisio Carrara da Barga.