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Archive for the ‘Il Giornale di Castelnuovo’ Category


il nostro articolo del numero passato:

questo articolo vuole onorare la memoria dei tanti dispersi in Russia 

 

Ultime lettere dal fronte Russo

La partecipazione del contingente Italiano all’operazione “Barbarossa”, quella che avrebbe dovuto garantire “lo spazio vitale a oriente” alla Germania nazista, ha lasciato una ferita insanabile in  molte famiglie della nostra Valle. La passività dimostrata dall’Armata Rossa nel difendere i propri confini, la rapida avanzata dell’esercito tedesco nello sconfinato territorio russo, spinse Mussolini, convinto, come già accaduto agli inizi della guerra con la Francia, in una rapida capitolazione, a fare pressione sull’alleato germanico.  Questo, affinché anche all’Italia fosse concesso di prendere parte alla campagna di Russia. Ciò gli avrebbe permesso di sedere da vincitore al tavolo della pace e di riacquistare quella credibilità interna che gli eventi bellici stavano minando. Tra gli Alpini dell’A.R.M.I.R., il contingente  destinato al fronte russo, molti provenivano dalla Valle del Serchio, storicamente  uno dei bacini principali di reclutamento. Nella lettera che segue, scritta alla madre, da Rino Daprato di Barga, si intuisce come i vertici militari avessero sottovalutato la presumibile reazione russa.

P:M: 3-10-42

Cara Mamma

Vengo a scrivere queste poche righe per farvi sapere che stò bene  cosi vivo con la speranza che sia di voi tutti Mamma quando mi scrivete mi farete sapere come va con la stagione quà posso dirvi che fà sempre delle belle giornate cosi spero che sia li cosi potete staccare l’uva bene sensa  pioggia che o sentito su le vostre lettere dove mi dicevate che faceva del bel tempo cosi spero che venga bono anche il vino Mamma ti faccio sapere che per il momento si trovamo fermi e qui si sta assai bene però abbiamo fatto circa 100 chilometri a piedi e o veduti molti posti cara Mamma vi faccio sapere che ora stiamo facendo delle baracche per questo inverno e spero di passare questi pochi mesi meglio che in Albania perche si troviamo piu al corente di tutto Mamma questa volta non prolungo di piu riceverete tanti saluti in famiglia ma i piu cari li riceverete voi da vostro figlio Daprato Rino     

I cento chilometri a piedi per raggiungere la zona operativa, indice della mancanza di collegamenti diretti con la linea del fronte, avevano per conseguenza la carenza di approvvigionamenti costanti di armamenti, vestiari e viveri. I Russi, attuarono di fatto, la stessa tattica con cui un secolo prima avevano decimato l’invincibile armata di Napoleone. Il loro ripiegamento, fin quasi alle porte di Mosca, allungò in modo significativo le linee dei rifornimenti dell’esercito invasore, il quale, illuso da una repentina fine delle ostilità, non ritenne prioritario questo aspetto. Ancora una volta, il maggiore alleato dei difensori fu il “Generale Inverno”, l’implacabile freddo di quelle latitudini.

La strategia di guerra dell’esercito nipponico, alleato dei Nazi-Fascisti, rivolta esclusivamente verso una espansione nel sud del Pacifico, scongiurò, di fatto, per la Russia, l’apertura di un  secondo fronte a oriente. Fu dunque possibile pianificare il contrattacco con tutte quelle truppe che, in un primo momento, vi erano state destinate. Intanto l’esercito assediante, illuso che solo con il ritorno della bella stagione sarebbero ripresi gli scontri su larga scala, seppur tra mille difficoltà e privazioni,  si preparava ad affrontare il temibile inverno russo. Una della maggiori preoccupazioni dei militari era rassicurare le proprie famiglie dello stato delle cose, forse anche  per una forma di auto convincimento, mentre, nei paesi natii, le notizie che riuscivano ad eludere la censura raccontavano ben altro.

Posta M: 29-11-42

Cara Mamma

Vengo a rende risposta alla vostra cara lettera dove con piacere sento che godete buona salute cosi posso dirvi che segue pure di me cara Mamma sento nella vostra lettera che mio fratello a passato la visita e lo anno preso questo mi dispiace ma ce poco da farci e un debito che tutti bisogna pagarlo Mamma in quanto mi dite se o bisogno di roba che chiedi che siete pronta a spedire ma per ora quello che volevo ho chiesto tutto solo quando mi scrivete mettete dentro delle cartine per sigarette perche qua bisogna fumare carta da lettera Mamma sento che pensate molto che soffri molto freddo ma in quanto a quello non pensate perche qui abbiamo una stuffa che forse a casa non lo mai vista riscalda la stanza come un forno in quanto sento che non credete a quello che vi conto e quasi da non crederci e pure e vero cercate di non pensare piu a certe cose altro non resto a dirvi che salutate tutti i vicini e parenti ma i piu cari saluti e baci li riceverete voi tutti in famiglia da me vostro figlio Daprato Rino e in piu augurandovi le bone feste a tutti e bon capo danno e bon principio di nuovo vi saluto

ciao  

L’inizio della controffensiva russa segnerà per sempre il destino di molti nostri concittadini. Le battaglie  e la ritirata del gennaio 1943, con i numerosi dispersi, priveranno per sempre molte famiglie della possibilità di piangere i propri cari sulla loro tomba. Questa l’ultima lettera di Rino alla madre, l’ultimo ricordo del figlio in vita.

 

P: M: 9-12-42

Cara Mamma

Vengo con queste poche righe per farvi sapere il mio bene stare di salute e cosi voglio sperare che sia di voi tutti in famiglia cara Mamma vengo ancora con questo mio scritto in tanto per essere sempre incomunicazzioni con voi e per dirvi che ancora il pacco non sie ancora visto spero che prima di Natale lo possa avere cosi potrò passare meglio le feste fumando qualche sigaretta speriamo che non sia andato perso perche mi dispiacerebbe avere fatto la spesa inutile Mamma inquanto a me non ci pensate che sto molto bene forse meglio di quanto immaginate noi qua si mangia e si dorme specie ora che fà una brutta stagione non facciamo che poco lavoro se non ci fosse il pensiero di casa starei molto bene solo che penso a voi che sono certo che soffrite tanto perme pensando che faccia una brutta vita mentre vengo a dirvi la mia verità che non mi sono mai ritrovato bene come ora Mamma termino di scrivere salutando tutti gli amici e parenti e inpiu vengo augurarvi le bone feste e bona fine e bon principio a tutti voi in famiglia da me vostro figlio Daprato Rino

I pochi sopravvissuti che fecero ritorno, alcuni dei quali dopo un lungo migrare a piedi, raccontarono la speranza, il lato umano di ogni sporca guerra, fatto di generosità e eroismo, ma soprattutto del fondamentale sostegno ricevuto dalle popolazioni locali. Lo stravolgersi del quadro bellico, con la Germania che da alleato diventava oppressore, costrinse i reduci, una volta ripudiata la lotta armata,  a una vita da imboscati, nascosti in qualche legnaia o fienile, per sfuggire ai rastrellamenti e alle deportazioni. Il destino volle, che quella guerra, che avevano in qualche modo fuggito, li seguisse nei loro paesi fagocitati dalla Linea Gotica. 

Terminato il conflitto mondiale, ebbe inizio la dolorosa ricerca di notizie dei dispersi, molti dei quali lo sono tutt’oggi.

NELLE EDICOLE E’ DISPONIBILE IL NUOVO NUMERO DEL GIORNALE DI CASTELNUOVO.

COME AL SOLITO PUBBLICHIAMO IL NOSTRO  ARTICOLO  DEL MESE PASSATO.

IL GIORNALE E’  CONSULTABILE ANCHE IN FORMA WEB ALL’INDIRIZZO:

http://www.ilgiornaledicastelnuovo.it/Giornale/Cartaceo.aspx

Bernardo Santini

Bernardo Santini nacque a Castiglione l’otto settembre 1822.

Laureato giovanissimo in ingegneria presso l’Università di Bologna, nel 1861, prese servizio nel Genio Civile e dopo pochi anni ottenne la promozione a Ingegnere capo del Genio Civile di Lucca.

Per la sua competenza ricevette importanti incarichi direttamente dal Ministro dei Lavori Pubblici, e, nel 1866, la nomina a segretario della Commissione Italiana per l’apertura del canale di Suez. Ma è al progetto di un’Italia unica e libera, a cui si dedicò con maggiore abnegazione, in concorso con gli altri componenti della  famiglia Santini.  Fu uno dei dirigenti del partito Nazionale in Garfagnana e, a causa delle sue idee rivoluzionarie, trascorse alcuni anni in prigione a Modena con l’accusa di cospirazione contro il Duca Estense. Nel 1859, nominato dal Governo Provvisorio, fu il primo Sindaco del Comune libero di Castiglione. In campo sentimentale, il matrimonio con Antonietta Niccoli di Barga, rafforzerà, con legami di stretta parentela, i rapporti  tra alcune delle maggiori figure del Risorgimento Italiano, locali e non solo. I Niccoli erano infatti parenti stretti della famiglia Mordini e del  Senatore Antonio, uomo di fiducia di Giuseppe Garibaldi, dal quale aveva ricevuto l’incarico di Prodittatore delle Sicilia, al fine di preparare l’annessione dell’ex Regno Borbonico al Regno d’Italia. Inoltre, cognato di Antonietta era l’Avvocato Salvo Salvi, volontario Garibaldino nella campagna del 1866, per anni Sindaco di Barga, apostrofato da Giovanni Pascoli come “l’uomo giusto di Barga”. Oltre al corredo, consuetudine di tutti i matrimoni, la trascrizione notarile che segue, ci introduce agli accordi intercorsi tra famiglie altolocate per la costituzione di una cospicua dote in denaro a carico delle future spose a cui però il ricevente doveva corrispondere valide garanzie. Nella fattispecie, l’Ing. Santini, concede ipoteca sui propri beni, presenti e futuri, e suo padre, sulla quota di eredità spettante al figlio, a garanzia della riuscita del matrimonio e di un adeguato tenore di vita alla futura sposa.

ESTRATTO PER USO IPOTECARIO SANTINI-NICCOLI

 

Certificasi da me infrascritto Notaro Regio residente in Barga che sotto di trenta settembre milleottosessantuno  mi rogai di un pubblico istrumento di sponsali e costituzione di dote registrato a Barga li cinque ottobre successivo, e passato tra i Signori Ill.mo Dott. Bernardo del vivente Giovan Battista Santini Ingegnere e Regio impiegato domiciliati a Castelnuovo, provincia di Garfagnana. Capitano Antonio figlio del detto Dott. Gio. Battista  Santini benestante, domiciliato a Castiglione della stessa Provincia, come mandatario del di lui Padre in ordine ad atto di procura in brevetto del di ventisei settembre milleottosessantuno  rogato dal Notaro Giuseppe Mignani e registrato a Barga il di 30 di quel mese. L’Ill.mo Sig. Dott. Cosimo del Sig. Camillo Niccoli, la Nobile Sig.ra Elena Adelaide del fu Cav. Andrea Torsi di lui moglie, e la Sig.na Antonietta Niccoli loro figlia, possidenti, domiciliati a Barga. È mediante il succitato istrumento i Sig.ri Dott. Cosimo Niccoli ed Elena Torsi costituirono alla nominata loro figlia Antonietta a causa del Matrimonio da contrarsi col prelodato Sig. Dott. Bernardo Santini e a titolo di congrua dote , la somma di Lire Italiane ventitremilanovecentoquarantasette, e centesimi ottantaquattro (23947,84) ossia Francesconi quattromiladuecentosettantasei e Paoli quattro compreso il corredo. Contemporaneamente il Sig. Ing. Dott. Bernardo Santini confessò di avere ricevuto dal Sig. Dott. Cosimo Niccoli il corredo della sua futura sposa pel concordato valore di Lire Italiane millecinquecentoquarantasette e centesimi ottantaquattro (1547,84) e quindi ne rilasciò quietanza al prefato Sig. Niccoli. Ed all’oggetto di assicurare la conservazione e la restituzione nei casi di ragione della detta somma di Lire Italiane 1549,87 rappresentata dal corredo della Sig.na Antonietta tanto il Sig. Dott. Bernardo Santini nel proprio interesse, quanto il Sig. Antonio Santini coerentemente conferitegli dal di lui Padre Dott. Gio. Battista Santini nel succitato atto di procura obbligarono quanto il primo nominato, Dott. Bernardo, i suoi beni presenti e futuri, e quanto al secondo nominato, Antonio quelli del suo Sig. rappresentato limitatamente però alla quota che dopo il decesso del medesimo, cioè del Dott. Gio. Battista Santini, potrà dovessi al suo figlio Dott. Bernardo.Rilasciata la presente per servire alla accensione della opportuna iscrizione ipotecaria soltanto. Barga questo di cinque ottobre milleottocentosessantuno.

Dott. Giuseppe del fu Luigi Salvi Notaro Regio residente in Barga.

 

La lettera che segue, scritta da Bernardo al suocero Camillo Niccoli, durante la trasferta di Messina, luogo di uno dei molteplici incarichi professionali che ne fecero uno dei più stimati ingegneri d’Italia, ci mostra l’armonia che regna all’interno della famiglia anche negli interessi economici.

 

Messina 14/11/1883

Caro Cosimo

Il giorno innanzi che mi pervenisse la carissima vostra del 7 corrente ricevvi una lettera di Pompeo Biondi, colla quale mi dava la notizia della morte del S.martini. Povero S.martini! .. me n’è rincresciuto, tanto più che la sua robustezza e la sua età non poi tanto vecchia promettevano una più lunga vita. Ma quanto s’ingannano le previsioni umane di fronte agli eventi ed alle disposizioni della natura!..Sta bene, colla morte di Adriano l’usufrutto ch’egli godeva dopo la morte della povera zia Maria è devoluto ora alle 3 eredi Antonietta, Marianna e Quintilia. Io vi ringrazio della premura colla quale mi annunziate questa circostanza e mi domandate chi deve rappresentare me e l’Antonietta. Nessun miglior  rappresentante di voi, caro Cosimo; per cui, se non vi son incompatibilità legali e a voi non grava questa rappresentanza, voi siete in nostro delegato. Se poi non voleste pigliarvi questo fastidio, allora Salvo potrebbe fare due atti in commenda rappresentando Quintilia e Antonietta. Riguardo ai frutti tenete pure voi ogni cosa, che così con più sicurezza saranno conservati. Le cose in casa seguitano bene, fuori anche non c’è male, vuol dire che son contento del soggiorno di Messina e dell’Ufficio, quantunque non manchi il lavoro e non poche brighe. Domani vado in gita a visitare lavori stradalie starò fuori 3 o 4 giorni, la stagione è bella e la temperatura calda pel modo ch’io sono ancora vestito da estate. I soliti saluti specialmente alla Sig.ra Marianna, a Quintilia e Salvo. Se Tonino (Antonio Mordini) è a Barga salutate tanto anche lui; ma forse sarà già a Roma. L’Antonietta vi saluta caramente; io faccio altrettanto.

Sono di fretta, vostro affezionato Bernardo Santini.

 

Bernardo Santini morì nella sua Castiglione il cinque febbraio del 1913.                

questo il nostro articolo pubblicato sul numero del mese  scorso.

I CAPITOLI DEI CAMPANARI DI TORRITE

I nostri antenati costruivano le loro Chiese di riferimento in una posizione strategica, dominante, in atteggiamento di vigilanza e protezione per il paese posto ai suoi piedi. Secondo le loro intenzioni, la Chiesa, doveva essere un edificio adeguato al blasone del paese, visibile da lontano, degno di suscitare l’ammirazione di coloro che vi rivolgevano lo sguardo. Non mancarono di inglobare in questi progetti un campanile, dotato di almeno due campane, il cui suono, vanto della Comunità, doveva varcare i confini del paese e diffondersi nel territorio circostante  Ma essenzialmente, al suono delle campane, nella cultura popolare, veniva attribuito un valore apotropaico, il potere di allontanare le presenze maligne, confidando nella protezione celeste affinché a tutta la popolazione  fosse scongiurata  ogni calamità o sventura. Attualmente il suono delle campane è limitato all’aspetto religioso: nel tempo si sono persi alcuni segnali che regolavano la vita sociale della comunità. Dalla “chiamata a parlamento”, che, dagli albori della civiltà comunale annunciava il Consiglio cittadino, ai segnali per i lavori della campagna, che, numerosissimi, in tempi lontani,  scomparvero a poco a poco con lo spegnersi della civiltà contadina. Tali segnali si rifacevano ad una cultura popolare che aveva rielaborato e riproposto in chiave più moderna antichi culti pagani. Anche in ambito religioso si è manifestato un certo ridimensionamento: è scomparsa l’antica usanza del “viatico”, chiamato anche “la buona morte”, che tanto aveva colpito Giovanni Pascoli da dedicargli alcuni versi, dove si dava avviso alla comunità che uno dei suoi membri stava morendo, invitandola a riunirsi e pregare per l’agonizzante. Ma soprattutto, è scomparsa la figura del campanaro, la continuazione di un arte tramandata da generazioni, che non rappresentava solo una mera esecuzione musicale, ma era espressione dei valori e delle tradizioni di ogni singolo paese. Da lavoro regolarmente remunerato e regolamentato, oggi il suono manuale a corda delle campane, dove ancora esiste, lo possiamo assimilare ad una forma di volontariato, a qualcosa che assume connotati folcloristici. L’elettrificazione dei campanili, se da un lato ha permesso il sopravvivere del suono delle campane, dall’altro ha distrutto tutta la tradizione che si nascondeva dietro quei suoni. Le persone, non capendone il significato, non si riconoscono più in quel suono piatto che da esse si sprigiona, ma lo parificano ai tanti rumori di questa società moderna fino a ritenerlo fonte di disturbo. Un documento, databile inizio XIX° secolo, relativo a coloro che assumevano l’obbligo di suonare le campane nella Chiesa di Torrite, ci introduce alle norme dell’epoca per la professione del campanaro, evidenziandone gli onori e gli oneri. La vita del suonatore di campane, era regolamentata da capitoli ben definiti, a cui non si poteva transigere, pena la perdita di parte del compenso e la mancata riconferma nella mansione. Ogni aspetto era stato accuratamente vagliato: lo stipendio annuo, i giorni in cui si doveva tassativamente suonare le campane, la loro modalità di esecuzione. Oltre allo stipendio annuo corrisposto per le feste comandate, previste nel presente regolamento, le feste tradizionali varianti da paese a paese, per le altre funzioni supplementari, ai campanari veniva riconosciuto un compenso aggiuntivo. Una volta appaltate, le campane, rimanevano sotto la loro diretta responsabilità, questo comportava l’obbligo del mantenimento della piena efficienza, mediante costanti interventi di manutenzione ordinaria sulle parti soggette ad usura. Questo perché non si poteva transigere sul venir meno dei numerosi segnali che regolamentavano la vita civile e religiosa.

 

CAPITOLI DA OSSERVARSI E RIGOROSAMENTE ESEGUIRSI DA QUELLI I QUALI ASSUMONO L’OBBLIGO DI SUONARE LE CAMPANE DI TORRITE

(1)I suonatori dovranno essere persone scelte dagli operaj […….], e non si ammettono ragazzi, ed anzi si proibisce ai suonatori stessi d’introdurli in Campanile.(2) Lo stipendio dei campanari sarà di  Modenesi Lire 30 all’anno e da dividersi in parti tanti.(3) E però saranno obbligati a suonare tutte le feste dell’anno e scampanare nelle maggiori solennità, alla Messa parrocchiale e al vespro quando il cappellano avrà toccheggiato, anzi la sera precedente la festa dovranno annunziare la festa stessa con un doppio, e se fosse solennità anche a mezzo giorno del giorno precedente secondo il consueto.(4) I giorni delle prime domeniche di ciascun mese suonare un doppio mentre si fa la processione, e nella quarta domenica, avanti al terzo doppio dare un cenno con piccola scampanellata che vi è la benedizione.(5) Restano obbligati a suonare tutti gli uffizi da morto da fare per i confratelli e sorelle del trentesimo, come pure gli uffizi per la commemorazione dei defunti, per carnevale, e per l’uffizio della S.S. Trinità, e darne cenno la sera precedente.(6) Dovranno dare il cenno dell’Ave Maria della sera, dell’alba e del mezzo giorno.(7) Se si faranno delle Novene dovranno essi suonare a comodo del Cappellano, e saranno pagati, e gli si assegna Cappelloni 6 per ogni Novena, eccettuata però quella di S. Rocco che è previsto.(8) Se avvenisse di far qualche uffizio fuori dei nominati al capitolo (5), per traslazione da Castelnuovo di qualche morto forestiero saranno pagati e gli si assegna Cappelloni (9) Se accadrà scoprite la Madonna dato il segno dal Cappellano, faranno due doppi e saranno pagati e gli si assegna Bolognini 5 per ogni volta, e così per la morte di qualche Angelino.(10) Insomma saranno tenuti a suonare in qualunque siasi festa di consuetudine del Paese.(11) Quando gli obbligati mancassero di suonare come nei predetti capitoli sarà in facoltà degli Operaj, o del Vice-Presidente prendere altre persone e pagarle a carico dei capitolati Campanari con dargli quel di meno nel loro anno assegnato di stipendio in quella quantità che sarà necessaria-meritevole.(12) Ogni anno s’incanteranno le campane e si rilasceranno ai minori offerenti, persone probe e sotto la loro responsabilità resteranno le campane stesse, quando non piaccia agli Operaj  di confermare i vecchi. Resta proibito ai Campanari di suonare le campane fuori dei detti casi senza il permesso degli Operaj al cui cenno dovranno obbedire.

È demandato al buonsenso di tutti noi il non disperdere questo enorme patrimonio culturale, ereditato dagli antenati, frutto di enormi sacrifici. È fondamentale, ricorrendo alle memorie storiche presenti in ogni paese, lasciare traccia documentata delle proprie caratteristiche usanze e costumi,  affinate ed evolute nei secoli, concorrere a formare quella che si definisce “La banca della memoria”.

E’ NELLE EDICOLE IL NUOVO NUMERO LUGLIO-AGOSTO DEL GIORNALE DI CASTELNUOVO.

QUESTO IL NOSTRO ARTICOLO DEL NUMERO PASSATO.

Castelnuovo 3 Giunio 1829

Confesso io  sotto segnato con croce per non sapere scrivere di  avere ricevuto dal Sig. Angelo Mariani presidente della fabbriceria di Torrite la somma di paoli 13 dico tredici per otto pietre da ferrata per uso del Campo Santo di Torrite suddetto, in fede

Cro+ce di Giuseppe Tortelli, ed io Francesco Guerrazzi scrissi di commissione

L’istruzione in Garfagnana nel XIX° secolo

Fino alle prime forme di industrializzazione, l’economia prevalente della Valle del Serchio era rappresentata dall’agricoltura e dalla pastorizia. Una società con queste caratteristiche vede l’istruzione prerogativa delle classi più abbienti: le spese per il  mantenimento agli studi e la localizzazione delle scuole, inducono i bassi strati della popolazione, specialmente, quella delle zone più periferiche, all’abbandono scolastico. La conseguenza diretta è l’altissima percentuale di analfabeti presenti sul territorio. La scuola, oltre a rappresentare un esborso non sostenibile per molte famiglie, era vista come una inutile perdita di tempo, specialmente nel periodo di massima attività del mondo contadino, dove, nell’economia familiare, era fondamentale avere a disposizione tutta la forza lavoro. I giovani, venivano avviati in quella che possiamo definire la scuola della vita: le ragazze nelle faccende domestiche, i ragazzi nei lavori manuali, erano infatti questa le sole materie che garantivano il sostentamento familiare nell’immediato. In questa epoca, è frequente imbattersi in ricevute di pagamento, per lavori eseguiti dalla bassa manovalanza, con la dicitura: “firma con la croce per non saper ne leggere ne scrivere”. La scomparsa graduale del mondo contadino, non più in grado di garantire un sostentamento adeguato in una società sempre più improntata sul capitalismo, la consapevolezza che un minimo di istruzione rappresentava la salvaguardia dei propri diritti, una politica scolastica adeguata, riusciranno, con il tempo, a cambiare questa mentalità. Alla debolezza della scuola di base, si univano le problematiche dell’istruzione secondaria. Di quest’ultimo problema, nell’immediato post-unità d’Italia, se ne fa portavoce Raffaello Raffaelli, in una lettera al Sindaco di Castelnuovo, puntando proprio sulla deficitaria politica scolastica del nuovo Regno.

All’Onorevole Signore Avv. Emidio Coli  Sindaco del Comune di Castelnovo

Dopo che gli Elettori di codesto Comune, con numerosi suffragi, onorandomi della loro fiducia, vollero chiamarmi a far parte del Consiglio Comunale di Castelnovo, compreso dalla più sincera riconoscenza verso i medesimi, divisai impiegare la povera opera mia in tutto quello che potesse tornare vantaggioso al Comune medesimo. Il primo pensiero pertanto si rivolse alla pubblica istruzione, da poiché si strazia il cuore di chi abbia carità di patria nel considerare lo stato di avvilimento in cui è caduto in nostro povero paese sotto questo rapporto. La Garfagnana  può veramente rammentare con orgoglio i tempi passati, nei quali dalle sue scuole uscirono giovani che ben presto resero illustri i nomi loro nelle lettere e nelle scienze, che si distinsero coprendo cariche insigni in ogni ramo della magistratura, e rendendo ottimi servigi alla patria. Ma purtroppo in oggi ha ben ragione di addolorarsi e di muover lagnanza, vedendo come poco dopo la costituzione del Regno d’Italia, ad onta di tante belle speranze le siano stati tolti persino tutti quei mezzi d’istruzione che possedeva da oltre un secolo, e trovisi ridotta alle più deplorevoli condizioni. Per verità è oltremodo affliggente ed umiliante vedere un Circondario, che conta ben quarantamila abitanti, mancante di scuole persino ginnasiali, costretto a mandare in lontane città i suoi figliuoli, ancor tenerissimi, per avviarli nella carriera delle lettere e delle scienze, con gravi sacrifizi di cuore e di danaro. Questo lacrimevole stato di cose fa instituire ogni giorno dalle nostre popolazioni amari confronti fra il presente ed il passato, ripetendosi il detto del Guerrazzi “si stava meglio quando si stava peggio”, e fa deplorare che, mentre ovunque si parla d’istruzione, di progresso e di lumi, non abbiasi di fatto in questi paesi che regresso e ignoranza per mancanza di scuole rimaste senza i fondi che lor davano vita. Il perché ho creduto far cosa utile, compilando una breve istoria dell’insegnamento che si aveva in Castelnovo sotto tutti i passati governi, e di cui fummo privati dopo il 1860. Da questa chiaramente apparisce che la Garfagnana acquistò dei diritti, di cui la tutela spetta specialmente al Municipio del Capoluogo, come quegli che più da vicino risentiva i vantaggi del pubblico insegnamento, ed ora sopporta tutte le conseguenze funeste della mancanza di ogni istruzione. È quindi a Lei, onorevole sig. Sindaco, che io sottopongo questo meschino lavoro, come un omaggio dell’alta stima che le professo. Ho ferma fiducia che vorrà prendere a cuore questa gravissima quistione, vitale per la povera Garfagnana, e che, mercè l’energiche sue premure, potremo vederla risoluta presto, favorevolmente e con generale vantaggio. Allora ci feliciteremo a vicenda, paghi entrambi di aver contribuito al bene del nostro paese. In questa dolce speranza ho l’onore, egregio sig. Sindaco, di protestarmi con sentimenti di stima, e considerazione distinta

Della V.S.I.

Fosciandora 14 novembre 1872                Dev. Servitore Raffaello Raffaelli Consigliere Provinciale

Il Raffaelli allega alla presente lettera un breve testo, dal quale si evince che nel XVIII° secolo, durante il periodo Estense, a Castelnuovo, esistevano un Ginnasio e un Liceo, che permettevano di conseguire una specializzazione in studi classici e filosofici, citando tra gli autorevoli insegnanti, il professore di filosofia, Dott. Domenico Pacchi, scrittore a tutti noto per essere l’autore delle “Ricerche istoriche sulla Provincia di Garfagnana” pubblicate a Modena nel 1785. Istituzioni che furono mantenute anche dopo la Rivoluzione Francese, ai tempi di Napoleone, nel breve periodo in cui la Garfagnana fu unita al Principato Lucchese. Alla caduta di Napoleone, con la restaurazione del Ducato di Modena, lo stesso Duca, nel 1821 si riconosceva: persuaso che quanto più è larga e ben intesa la istruzione di un popolo, tanto più si progredisce nella morigeratezza e nella civiltà; e per tal guisa riconosceva quel vero che un Deputato diceva alla Camera Subalpina “quello che spendete o signori nella istruzione, lo risparmierete nelle carceri”. Proprio per questo, in un chirografo diretto al Governatore della Garfagnana, il Duca accenna l’intenzione di voler erigere anche un Seminario nel Capoluogo. Un successivo Regio Decreto del 4 novembre 1826, infatti, stabiliva la fondazione del seminario e gli assegnava una dote di L.80.000; la solenne apertura  avvenne il 27 novembre 1826, con 24 Convittori. Il Raffaelli conclude la sua riflessione evidenziando alcuni aspetti fondamentali; La Garfagnana ebbe sempre, anche in tempi che oggi da molti diconsi di oscurantismo e di tirannia, un Ginnasio e un Liceo, dove insegnavasi quanto accorreva per passare direttamente agli studi universitari. I professori del Liceo dopo il 1821 furono direttamente eletti dal Sovrano, ed i loro onorarj stavano a carico dello Stato. Il Seminario fu eretto dal Duca per migliorare le condizioni della pubblica istruzione nella nostra Provincia, l’istruzione che vi si dispensava fu sempre diretta dalla Commissione Provinciale e dalla Autorità Governativa, senza ingerimento veruno dell’ecclesiastica; alle scuole di questo Convitto si educarono tanti giovani eziandio dei paesi limitrofi e tutti i nostri che annualmente superavano il numero di 100, molti de’ quali onorarono, ed onorano ancora  la Garfagnana. La Garfagnana sempre ferace di tanti belli e sveglianti ingegni abbia , viva Dio; il conforto di veder rifiorire nel suo Capoluogo un istituto dove s’istruisca nelle lettere la sua gioventù; e non sia costretta a mandare i suoi figli in altre città, con sacrifizi enormi per le famiglie, che regger non potendo a sì grandi spese preferiscono il più delle volte abbandonare all’ozio tanti ingegni, che coltivati formerebbero il lustro, il decoro e il vantaggio della Patria. Se il Governo non può per motivo delle leggi che regolano l’istruzione secondaria, aprire a Castelnovo un Liceo, come fu fatto nel 1860 dal Dittatore Farini, cui non isfuggì il nostro diritto, ne restituisca i beni appressi dal Demanio, allora il nostro Circondario penserà da se solo a fondare degl’istituti, affinché la Garfagnana torni in possesso di quello che legalmente e giuridicamente le appartiene, per dar vita e sviluppo ai principali fattori della civiltà e del progresso, i buoni studi.

E’ DISPONIBILE NELLE EDICOLE L’ULTIMA EDIZIONE DEL “GIORNALE DI CASTELNUOVO”

QUESTO IL NOSTRO ARTICOLO DEL MESE SCORSO.

Il SS.mo Crocefisso che si venera nella chiesa di

S. Pietro in Castelnuovo

 

Estratto della pubblicazione curata in occasione delle feste

tenute dal 21 agosto al 19 settembre 1937.

 

ICONOGRAFIA DEL SIMULACRO DEL SS.mo CROCEFISSO

 

Il 3 aprile 1563, all’opera laicale della Chiesa di S. Pietro di Castelnuovo, fu donato dalla Compagnia di S. Croce un’Immagine di rilievo del Crocefisso in asta.

Questa fu collocata nella facciata del muro del coro, dove era tenuta in grande venerazione.

Varie sono le notizie sulla devozione che i castelnovesi e i garfagnini ebbero ed hanno per il loro “Crocefisso” che si ritiene di fattura quattrocentesca di un certo Arrighi di Castiglione, valente intagliatore in legno.

Mons. Lino Giannini, Abate Mitrato di Castelnuovo, in una sintesi della Storia del Volto Santo di Lucca, pubblicata nel “Bollettino Parrocchiale” di Castelnuovo, nei numeri 11 e 12 novembre 1935, opina che il Simulacro del Crocefisso sia figlio dello stesso pensiero e della tecnica del Volto Santo di Lucca.

Persuaso della sua tesi, concluse: “La Santa Sindone di Torino ci dà i lineamenti del Volto di Gesù, gli stessi lineamenti, benché abbozzati, li troviamo nel Volto Santo di Lucca e ciò comprova la verità della tradizione popolare circa l’origine della detta immagine.

Gli stessi lineamenti li abbiamo ancora nel SS. Crocefisso di Castelnuovo, noi pure castelnovesi dobbiamo quindi esclamare: oh che bella fortuna è toccata a noi pure d’avere nella nostra città una così mirabile Immagine del SS. Crocefisso”.

Il 15 febbraio 1764 durante i restauri alla Chiesa di S. Pietro, fu tolta anche la predetta Immagine dal suo posto, nel 1767 fu collocata sotto la mensa dell’altare dello Spirito Santo.

Si ottenne poi un’indulgenza di 40 giorni per chi l’andasse a visitare, ed ivi rimase fino al 2 maggio 1779, nel tal giorno fu portata in processione al fine di avere la sospirata pioggia che subito fu ottenuta.

La Garfagnana da otto mesi languisce in miseria; ed in mezzo all’universale angoscia, gli avi nostri rivolgono i loro sospiri e clamori alla Sacra Immagine e le lagrime dell’affanno si cambiarono tosto in lagrime di tenerezza.

In una lettera del 23 giugno 1779 il Governatore della Garfagnana informava il Duca di Modena in merito alla grande devozione che si aveva a quel Simulacro.

Al giovedì, giorno di mercato, la Cappella è sempre piena di devoti montanari, niuno entra in S. Pietro senza poi andare ad inginocchiarsi a quella miracolosa effige.

Il numero di fedeli, che da tutta la Garfagnana, si prostrarono fiduciosi nelle private e pubbliche sventure, crebbe di giorno in giorno, cosicché venne stabilito d’ingrandire la Cappella nelle adiacenze del vecchio cimitero.

Eseguiti gli opportuni lavori e decorata di marmi, bassorilievi, fregi e disegni a colori,  dipinta dal pittore Davide Franchi di Castelnuovo, verso la fine del 1852, essa fu aperta al pubblico.

Venne ornata di bei monumenti sepolcrali di vari benemeriti cittadini e nel 1897 l’entrata di essa, per la parte della chiesa fu riadattata ad arco e fatto l’impianto in cemento.

 

ORIGINE DELL’ARCICONFRATERNITA

 

La Venerabile Arciconfraternita del SS.mo Sacramento della Chiesa di S. Pietro è stata fondata il 5 giugno 1578, con solenne Bolla di erezione di Papa Paolo III,  nobilitata in seguito del titolo di Arciconfraternita da  Leone XII, Bolla Pontif. 20 agosto 1825,  e aggregata a quella di Roma concedendole tutti i privilegi riconosciuti alla Arciconfraternita di S. Maria di Minerva.

Negli atti della sacra visita del Card. Spinati di Lucca nel 1679 è scritto “Appresso la chiesa di S. Pietro  è annesso un piccolo Oratorio di attinenza della Compagnia del SS.mo Sacramento dedicato allo Spirito Santo, nel quale si entra da una porticella vicino all’altare di questa Compagnia.

Quivi è il suo altare ornato e provveduto di tutti i requisiti necessari per il S. Sacrificio della Messa, che si celebra per indulto dello stesso Cardinale”.

Le maggiori famiglie nobili di Castelnuovo si affiliarono a questa Società,  con lasciti e le disposizioni testamentarie.

Durante il periodo napoleonico (1797) essa  fu spogliata delle sue proprietà e soppressa totalmente, fu ricomposta nel 1815 con nuove determinazioni nel 1820 e 1824.

Fra i capitolati dell’Arciconfraternita, il 26° dice: ogni 9 anni verrà portato con solenne pompa processionalmente il SS. Crocefisso, ed ogni 3 anni lo esporrà sull’altare maggiore e senza processione.

La quarta domenica dopo Pasqua d’ogni anno, nella Cappella del SS. Crocefisso viene celebrata una messa parata; e per tutto il giorno esso rimane alla pubblica venerazione.

Feste solenni, di musiche e luminarie si ebbero negli anni 1779, 1826, 1834, 1855, 1890, 1913, con processione e 1917, 1922 con esposizione e missione.

In queste occasioni era consuetudine anche dare alle stampe delle pubblicazioni.

Dal Cav. Capitano Antonio Tonelli di Castelnuovo Garfagnana è pubblicato il Cento un “Sonetto” Nella faustissima circostanza che nella città di Castelnuovo, per zelo e cura dell’alma Arciconfraternita del SS. Sacramento si porta processionalmente con solenne e decorosa pompa il miracoloso Simulacro del SS. Crocefisso  che si venera nella Cappella dello Spirito Santo  il giorno 25 giugno 1826, tempo tristissimo in cui il tifo e la carestia affliggevano la provincia della Garfagnana.

Nel 1817 e nel 1884, la Garfagnana è colpita dal colera, il popolo impaurito ricorse ancora una volta al Divino Protettore.

L’otto di giugno del 1855, si tenne una Processione solenne del SS. Crocefisso per lo scampato pericolo dal colera che mieteva vittime nelle città limitrofe mentre Castelnuovo ne fu esente.

 

REGALI FATTI AL MIRACOLOSO SIMULACRO

 

Il Prof. Francesco Carminati , il 27 agosto 1836, offrì in dono un cartello ed in diadema d’argento lavorati in Firenze dall’orefice Salvatore Morelli del valore di Lire 1287,15.

L’Arciconfraternita con l’aiuto dei fedeli, nel 1840, fece eseguire il perigono, i raggi e testate che adornano il SS. Crocefisso; il tutto del valore di Lire 5146,97.

Nel 1856, la Comunità di Castelnuovo, gli fece un dono di un paramento sacerdotale; con la seguente lettera accompagnatoria:

 

Comune di Castelnuovo                                                                                     11 aprile 1856 – N.237

Il Podestà

 

Cessato il desolante flagello del terribile choleras morbus, che nell’autunno del prossimo decorso anno ci affliggeva, questa comunità, secondando i propri spontanei impulsi, che conformi ai generali unanimi voti, de’ quali si faceva interprete  determinavasi di offrire al SS. Crocefisso che si venera in codesta Cappella dello Spirito Santo un paramento da Sacerdote, di broccato d’oro, in rendimento così di grazie all’Altissimo per essere degnato di non aggravare sulla nostra città i funesti effetti dell’accennato morbo micidiale.

Realizzato ora il concepito ed applaudito pensiero della offerta colla provvista del riferito paramento, la cui spesa è stata per intero sostenuta dalla sola Sezione di Castelnuovo, coi debiti superiori permessi e collaudo, è data a me la compiacenza di trasmettere alla S.V. Ill.ma perché sia destinato a far parte degli altri sacri arredi che si rendono necessari e concorrono a favorire il maggior decoro del culto in detta Cappella, la quale ancora veramente con tanto lodevole zelo, che vede protetta e favorita da cotesta alma Confraternita di cui Ella ne è ben degno Priore.

 

Il Podestà – ft Turri                                                                                         Il Segretario – ft Bonini 

 

questo l’articolo dello scorso mese

IL BIGLIETTO DELLA SPERANZA

Le ridotte aspettative economiche dei residenti nella Valle del Serchio nell’Italia post-unitaria, spinsero molte persone a rivolgersi ad agenti marittimi autorizzati per emigrare verso l’America.

Questi minimizzavano le difficoltà del viaggio e della permanenza all’estero, rassicuravano gli avventori sulla possibilità di una rapida e consolidata crescita economica tale da ripagare in tempi brevi le esose spese del viaggio.

Bisogna infatti ricordare che per reperire il denaro necessario, la quasi totalità dei migranti, era costretta a vendere tutti i propri beni o a indebitarsi.

A Castelnuovo, alla fine del XIX° secolo, esistevano alcuni agenti che operavano per conto di diverse compagnie di trasporto marittime, espletando tutte le pratiche necessarie all’espatrio.

Nicola Venturini, titolare di un orologeria in via Fulvio Testi al numero civico 6, ottenne l’autorizzazione a gestire la subagenzia della compagnia “La Veloce”.

Questo biglietto per il Brasile di fine ‘800 rappresentava la speranza di un futuro migliore.

QUESTO IL NOSTRO ARTICOLO DEL NUMERO PRECEDENTE

1837  il teatro si ferma

La presenza di un teatro stabile in una cittadina, da sempre, è sinonimo di prestigio.

A Castelnuovo, intorno al  1770, riadattando i locali della Chiesa sconsacrata della Madonna del Suffragio, iniziò la propria attività,  il  Teatro degli Associati.

In questo modo, oltre agli artisti di strada, che da sempre animavano le maggiori piazze del paese, si poteva assistere agli spettacoli di compagnie itineranti professioniste.

Nell’agosto del 1837, il diffondersi del colera nel confinante Ducato di Genova e a Livorno, costrinse il Governatore della Garfagnana, tramite il Segretario di Governo Raffaello Raffaelli, per motivi sanitari,  a sospendere tutte le manifestazioni che comportavano assembramenti di persone e tra queste anche l’attività del teatro.

Con la presente  lettera viene comunicato al capocomico della Compagnia, alla quale in precedenza si era data autorizzazione ad eseguire alcuni spettacoli nel teatro, Sig. Giusto Bellotti, la revoca della concessione.

Da gennaio 2012 sul  “Il Giornale di Castelnuovo” trovate una nostra sezione dedicata.

Il giornale è gratuito, a Barga è disponibile presso l’edicola Poli.

Questo è l’articolo pubblicato sullo scorso numero. 

LA DISPENSA DI MATRIMONIO

Nei secoli passati, nella nostra Valle del Serchio, a causa della bassa densità della popolazione, delle divisioni territoriali1 e campanilistiche tra paesi limitrofi, la maggior parte dei matrimoni veniva contratto tra compaesani.

Con il passare del tempo, questo, aveva determinato che, all’interno di ogni comunità, tra gli abitanti esistessero forti legami di parentela.

Queste unioni tra parenti, rispondevano anche all’esigenza, nel caso della dote a cui dovevano far fronte le famiglie nei confronti delle figlie, che il patrimonio del nucleo familiare non andasse disperso.

Quando, due aspiranti sposi, avevano un grado di parentela troppo stretto, era necessario per la convalida del matrimonio ottenere la formale dispensa da Roma.

Questo documento, datato 1878, su carta intestata del Vescovo di Massa Mons. Tommasi2, autorizzava il parroco alla celebrazione delle nozze Bertoncini-Papi.

1-      Fino alla metà del XIX° secolo la Valle del Serchio era divisa tra gli stati di Firenze, Lucca e Modena.

2-      Giovanni Battista Tommasi (Colle di Compito, Lucca 1823 – Massa 1887)